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.: La ricerca scientifica in Italia.

 

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Mi è stato chiesto di scrivere un articolo sulla ricerca scientifica e la precarizzazione nell’ambito scientifico in Italia, senza però fare un articolo politico. Spero di riuscire a dare una qualche informazione e poi i lettori trarranno le conclusioni. Non si può cominciare un articolo sulla ricerca italiana senza introdurre un concetto più o meno utilizzato da tutti i giornali, i politici, i professori ecc., ovvero la “Fuga di Cervelli” italiani. In realtà si possono trovare articoli e dibattiti interi su questo argomento su vari quotidiani ma anche su riviste un po’ più specialistiche. Benché tutti usino questo termine, la cosa che sfugge a molti è che la fuga dei cervelli non è il vero indice del declino della ricerca in Italia.

Infatti, i “cervelli” ovvero i ricercatori di buon livello vanno all’estero nei paesi dove possono guadagnare di più, e questo è un fenomeno diffuso in tutto il mondo e non discutibile. Il grave problema italiano è che nessun ricercatore straniero si sogna di venire a fare ricerca in Italia.
Questa mancanza di riflusso di cervelli stranieri in Italia è il vero indicatore che ci dice come la ricerca in nel nostro Paese sia gestita in modo perlomeno non invitante.

La ricerca in Italia è talmente poco invitante che la rivista Nature (volume 440 del 16 marzo del 2006, pag. 264-265), una delle più autorevoli in campo scientifico, ha pubblicato un articolo dal titolo “Saving Italia Science” in cui vengono evidenziati i vari problemi della ricerca italiana, dai bassi investimenti in ricerca e sviluppo (metà degli altri paesi avanzati) alle scelte azzardate in ricerca applicata.Tutti questi dati sono noti e stranoti, sono sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere e in genere i ricercatori stranieri vedono bene queste cose e non prendono l’Italia in considerazione per svolgere le loro ricerche.

Un altro grosso problema Italiano è la non applicazione della meritocrazia, quelle che venivano chiamate raccomandazioni e che hanno portato molti bravi ricercatori ad essere senza lavoro e molte poco brave famiglie a monopolizzare le università italiane, come i casi in cui un intero dipartimento è occupato da una sola famiglia (ricordiamo il caso delle università in Puglia). Ovviamente a cambiare rotta al Paese non aiuta il fatto che, come riporta Nature, l’attuale Presidente del CNR (nominato dal Governo in carica che non posso nominare) “dichiara 150 pubblicazioni scientifiche nel suo curriculum vitae; come dichiarato al Parlamento a supporto della sua nomina nel 2004.

Ma “Le Scienze” hanno riportato nel gennaio 2006 che ISI (il database delle citazioni scientifiche) cita solo tre sue pubblicazioni. Pistella ha dichiarato a Nature che alcune delle sue pubblicazioni sono datate e in italiano, “e che il ruolo del presidente del CNR richiede in ogni caso qualità manageriali”. Ancora da Nature: “Claudio Regis, il vice-commissario dell’ENEA, si fa firma ingegnere, ma nel 2 Agosto del 2005 il Corriere della Sera ha scoperto che il sig. Regis non è laureato e non risulta ingegnere in nessun albo”.

Inutile dire chi lo ha messo come vice-commissario. L’ultimo aspetto della ricerca, che possiamo toccare in questo breve articolo, è la precarietà dei ricercatori e in generale delle persone che si affacciano al mondo della ricerca. E’ infatti chiara l’anomalia del sistema italiano che vede un invecchiamento dei professori e dei ricercatori di ruolo senza un adeguato ricambio generazionale. Inoltre, sempre più, i giovani sono scoraggiati ad affacciarsi al mondo della ricerca.

Questo perché si prospettano sempre tempi lunghissimi prima di arrivare a una stabilizzazione della posizione di ricercatore. Questo problema si è acuito in questi ultimi anni per via di una riforma dell’università che di fatto ha cancellato la figura del ricercatore, riducendola a una figura di precario in attesa di concorso per la cattedra di docenza.In definitiva, si può facilmente capire che la ricerca in Italia è vicino a uno dei punti più bassi della sua storia e senza un cambio di rotta non riusciremo non solo a competere con altri Paesi, ma nemmeno a mantenere gli impegni presi con la Comunità Europea per un aumento della spesa a favore dell’innovazione e della ricerca nel nostro Paese.


Speriamo che le cose cambino in questo quinquennio di nuovo governo che, nell’ambito della ricerca, non potrà mai essere peggio di quello precedente.


Autore : Fausto Gallucci



Ultimo aggiornamento di questa pagina : 13/9/2006



 

 

 

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