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Titolo Rubrica : IL SUPERUOMO LETTERARIO DI D’ANNUNZIO


Pubblicata in data : 23/11/2004



Gabriele D’Annunzio è uno dei primi letterati italiani che aderisce con grande entusiasmo alla “teoria del superuomo” che era già implicita nel suo “aristocratico immoralismo” e che prende stabilmente piede attraverso un’attenta lettura di Nietzsche. È infatti il primo in Italia a divulgare un’importante novità culturale, ma ancora una volta la riduce alla propria misura. Non esiste infatti in lui la “tensione tragica del filosofo della morte di Dio” ma un’idea forte del superuomo vista innanzi tutto come vera affermazione d’individualismo, di volontà di potenza, e che s’identifica col suo culto estetico della “vita come opera d’arte”. Da questo preciso momento in poi, tutti i protagonisti dei suoi romanzi sono superuomini o aspiranti tali ma sono degli affermatori della volontà di potenza, contemplativi, irresoluti, suggestionabili, attratti morbosamente da tutto ciò che sa di decadenza e disfacimento. Esempi molto pratici possono essere sia il protagonista di “Le Vergini delle Rocce” e sia quello de “Il Fuoco”. Il primo si muove tra velleità politiche e spirituali disgustato, da nobile del tempo, di “un’epoca in cui la vita pubblica non è se non uno spettacolo miserabile di bassezza e disonore” e soprattutto convinto che “lo Stato non deve essere se non un istituto perfettamente adatto a favorire la graduale elevazione d’una classe privilegiata verso un’ideal forma d’esistenza”. Il secondo , invece, è un eroe più positivo, un grande artista proteso alla creazione di un’opera teatrale sublime che fonda musica e poesia, sull’esempio di Wagner e superandolo. Ma dominano qui le atmosfere di decadimento con paesaggi veneziani con altri protagonisti in via di declino e la rappresentazione cupa e solenne del funerale di Wagner.

In moltissime altre opere di D’Annunzio traspare la concezione del superuomo con sfondi particolari e diversi che narrano a volte il mito delle gesta aviatorie dove domina l’esaltazione dell’io poeta ( “O mondo, sei mio!”) e quella dei nuovi valori del superuomo ( “Volontà, Voluttà, Orgoglio, Istinto, quadriga imperiale mi foste…” ) e a volte la centralità dell’uomo della natura che appare come una forza della natura stessa e che è simboleggiata nella figura ricorrente del centauro, mezzo uomo e mezzo fiera.



Ma , in seguito, accade curiosamente che questo io tanto esaltato si presenta disgregato e privo di un centro e le sue più belle liriche esprimono il perdersi della coscienza individuale nell’identificazione con la natura e quindi “il farsi sasso erba pioggia”. Questa dissoluzione dell’io dell’io corrode uno dei fondamenti della narrativa naturalista e l’idea del personaggio come una realtà compatta e ben conoscibile. Così, sotto la proclamazione ottimista del superuomo e dei suoi nuovi valori, traspare adesso qualcosa di turbato, come un senso del vuoto. Da qui forse proviene quell’attrazione morbosa per la morte, il sangue, il disfacimento fisico che ricorre nell’opera dannunziana dove qualcosa di sadico affiora continuamente sia che si parli d’eroismo, sia che si parli d’erotismo.

È proprio in questo particolare frangente, molto interessante per quel che mi riguarda, che in questo vuoto prende importanza il dominio della parola letteraria che diventa, per il Nostro, l’unico appiglio sicuro: “L’espressione è il modo unico di vivere. Esprimermi, esprimere è vivere”. D’Annunzio ha sempre manifestato una fede assoluta nella propria arte senza fingere modestia affermando: “lo studio mi ha reso tal maestro ch’io so esprimere l’inesprimibile e che supero nel mio stile tutti gli uomini che scrissero in tutti i secoli”.

In questo senso prende forma la cosiddetta poetica della “Parola”, della bella espressione come un fine a sé. In un primo tempo è una poetica dell’ “artefice glorioso”, della pura perizia tecnica :

“O poeta, divina è la Parola; / ne la pura Bellezza il ciel ripose/ ogni nostra letizia; il Verso è tutto.”

In un secondo tempo l’estetismo dannunziano ci carica, attraverso un’idea simbolista, di altre ambizioni e la parola assume una forma superiore di conoscenza capace di rivelare le misteriose armonie dell’universo: “ Con la parola e con la musica il poeta ricomponeva l’unità della vita ideale”. Ma il “simbolismo” resta superficiale in D’Annunzio “incapace di sollevarsi oltre il livello dell’esperienza fisica: “Sempre qualcosa di carnale, qualcosa che somiglia a una violenza carnale, un misto di atrocità e di ebrietà, accompagna l’atto generativo del mio cervello”. Il suo, infatti, è “un amor sensuale della parola” adorata nella sua capacità di suscitare emozioni immediate, e proprio nel “suo corpo sonoro”. “Accarezza le singole parole come oggetti preziosi, fino a ricercare le grafie più rare ( conscienza, instituto, imagine, realità, e le preposizioni articolate scisse come de la , de le ) fino a intessere interi versi di nomi propri carichi di per sé di suggestioni raffinate:

“O Virginia May de la Penale”. A questo punto si nota come la sua maestria stilistica sia dispersa nei minimi particolari in tutte le sue opere: romanzi, drammi, poesie allineano immagini ed emozioni senza organizzarle intorno ad un centro e i suoi periodi hanno spesso una sintassi elementare fatta di semplici accumuli. La sua prosa davanti il lettore, anche di oggi, come racconta un aneddoto di un critico letterario del 1890, è “come il miele d’Imetto: due cucchiaiate, una delizia – tre, una nausea”.





Autore Guerino Nisticò

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